BiCinItalia

Un viaggio a pedali nel Bel Paese

Cenere alla cenere, e…sandali in briciole

Macchinetta per qualche foto, zainetto con bottiglia d’acqua e quaderno, k-way rosso e berretto azzurro regalato generosamente dagli amici di Liberalabici. E’ tutto pronto, mentre neanche troppo in lontananza tuoni e fulmini fanno intendere che a pochi chilometri da qui qualche vacanziere starà imprecando contro il tempo. Ma noi non siamo vacanzieri, e mentre sbattiamo la porta di casa dietro i nostri passi sorridiamo a quei fulmini, che, almeno per il resto della giornata, hanno la benevolenza di non graffiarci e restare a cauta distanza. Ad avvicinarsi invece, le nostre mani, verso quel manubrio argentato che stiamo imparando a conoscere. E’ domenica, la prima con la nuova bici che già reclama un nome. Ma prima la battezziamo, poi pensiamo al nome. E così saliamo in sella. Usciamo dal centro abitato in direzione Villanova prendendo via Albano Capoluogo. Qui, all’incrocio con viale Aldo Moro, incontriamo un motociclista, che, ironia della sorte, è diretto verso una gara di mtb a San Giovanni. Attraversiamo il ponte sul Monticano ed imbocchiamo via Albano VIllanova, che dopo qualche pedalata diventa via Sant’Agostino. In ordine sparso con un cenno salutiamo un gruppetto di amatori in tenuta d’allenamento, padremadrefiglioefiglia, un paio di solitari…la bici come azzeratrice di barriere…ecco come un saluto tra perfetti sconosciuti non è più visto con un senso di diffidenza ma piuttosto con inespressa complicità! Costeggiamo la Livenza fino a Villa Rietti, quando svoltiamo giù dall’argine per via Zampagnon e proseguiamo per via Callunga, dove a un certo punto iniziano a farsi largo tra i tralci dei vigneti i contorni oscuri di capannoni sfitti e fabbriche fumanti (anche alle 17.46 di domenica). Siamo in piena zona industriale, tra i Comuni di Cessalto e Motta, un traffico di oltre 2 mila veicoli al giorno. La strada principale che taglia in due l’area produttrice è priva di qualsivoglia striscia d’asfalto per pedoni e ciclisti. E difatti i ciclisti operai sono davvero pochi durante il giorno. Pochi ed impavidi! Questa strada si chiama via Magnadola, e la percorriamo fino a via Friuli, famosa per essere stata fino a poche settimana fa il luogo privilegiato per ecovandali di ogni sorta. Adesso è stata chiusa alle macchine, e siccome gli ecovandali non si spostano mai a piedi o in bicicletta, la zona ora è pulita. Costeggiamo il canale Brian e il retro delle fabbriche finchè torniamo sul ponticello che attraversa il fiume Monticano.

A quel punto ormai, i sandali vecchi del babbo ripescati in un non meno precisato angolo del garage, cedono di sana pianta. La suola di sughero, che prima della partenza misurava uno spessore di almeno 2 cm, adesso sembra la radiografia di una foglia autunnale. Come Pollicino, briciole di sandali sparse lungo la strada segnano la via del ritorno. Ma che noi non riprenderemo.

4 Commenti »

  Miz wrote @

Sono con voi ragazzi.
Almeno con il cuore e con la mente.

Vi invidio e vi abbraccio

  Chiara di Nico wrote @

Non ci posso credere!!!
Sei già in viaggio?
Mi fai ritornare alla memoria la nostra esperienza in bici.
Quella volta siamo stati via un anno!
Non esistevano i cellulari e i computers non erano di certo portatilli…ma che bella esperienza . Indimenticabile!
Ti auguro ogni bene e … manda notizie. Ti leggerò con affetto.

  cicloviandante luca wrote @

@ Miz, grazie di cuore! So che se potessi non ti faresti pregare a prendere il sacco a pelo…ma la strada che hai scelto…anche quella è un bel viaggio!!! Grazie anche per il link,
ci vediamo presto…

@ Chiara di Nico, il tuo viaggio non ha paragoni, anche solo per il fatto che voi portavate un bebè sulle spalle, mentre noi, l’unico bambino che portiamo a spasso non ha bisogno di seggiolini, ce l’abbiamo dentro…

  Chiara di Nico wrote @

E’ vero … eravamo in tre quella volta. C’era anche un bebè in bici con noi . Ogni ora doveva fare pipì … è per questo che ci abbiamo messo così tanto tempo!!!!
Insieme alla tenda e al fornelletto c’era anche un biberon sempre pieno di latte. Lo prendevamo direttamante dalle tette delle mucche che trovavamo strada facendo…e le uova ci venivano fornite calde dal culo delle galline!!! Favoloso solo ricordarlo.
Credetemi non c’è avventura migliore di un bel viaggio in bici.
Grazie ragazzi … senza saperlo mi fate rivivere emozioni da capogiro!


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